Fino all'ultimo hai pensato di disertare ma poi ti sei lasciata fuorviare (ancora una volta) da quella parola obbligatorio, che pure solo tu e pochi altri tra gli esimi colleghi dovete aver colto nella sua denotazione principale.
In compenso, entrando ti sei imbattuta nell'abituale sfavillio di amabili sorrisi, raccolti come pecore intorno al pastore. Sono gli eletti, i prescelti. Quelli che faranno carriera. Normalmente li malediresti, ma adesso sei troppo preoccupata per le due ore seguenti.
Mentre il Professore spiegava hai fatto di tutto per rimanere sveglia.
Hai scarabocchiato disegni sul foglio, hai pensato alle linee per un post, a un racconto, ti è venuta in mente l'avventura per la prossima seduta di D&D, l'ispirazione per un romanzo. Ti sei ricordata le centinaia di cose che devi fare prima di sera, poi quella da fare prima della fine della settimana, del mese, dell'anno.
Ti sei convinta dell'inutilità della tua tesi di ricerca, anzi, dell'intero settore di ricerca, anzi, dell'intero ambito umanistico, anzi, delle tesi di ricerca in generale.
Hai auspicato un cambiamento dell'Università, anzi, una rivolta, anzi, una rivoluzione, anzi, la fine del mondo (se possibile istantanea così da porre fine ai tuoi tormenti).
Quando casualmente hai colto qualche parola di quelle inutili seghe mentali senza alcun fondamento ti sei chiesta perché mai nella vita non ha deciso di fare altro. Che so, l'astronauta, la speleologa, la contadina autosussistente.
Sei sudata, stanca, spossata. Intorno a te molti continuano ad annuire. Tra le cose che non sopporti, te ne ricordi adesso, ci sono quelli che annuiscono in continuazione.
Ergo, ti sale la bile. Ergo, hai ancora più caldo e ti sale la smania. Vuoi alzarti e andartene. Ti fanno male i reni e ti scappa la pipi.
Come in quella canzone di Gaber vorresti essere ovunque: dal dentista, a casa malato, ovunque ma non lì.
Poi finalmente la lezione è giunta al termine.
Il professore dice «abbiamo terminato» e tu vorresti abbracciarlo.
Il mondo torna a sorridere.
Ancora una volta ti torna in mente l'illuminante frase di Sartre e te la ripeti per darti coraggio.
Ma sì. In fondo la fine del mondo si può rimandare di qualche giorno e invece di una rivoluzione totale si potrebbero apportare migliorie qua e là.
E mentre stai riflettendo sul tuo soggetto di ricerca, pronta a rivalutarlo con rinnovato vigore, ecco la sua voce.
«Professore, scusi, vorrei fare una domanda»
Adesso ti alzi e lo uccidi.
«Beh, veramente non è proprio una domanda. E' più una riflessione direi»
Il panico ti assale.
La riflessione si snoda per 5 interminabili minuti in cui non capisci assolutamente niente.
Alla fine il professore dice
«Mah, non saprei. Sentiamo cosa ne pensano gli altri»
Quando 35 minuti e 4 riflessioni dopo riesci finalmente ad abbandonare l'aula hai due sole certezze.
La prima è che dopo n ore lezione, per quanto grande sia n, c'è sempre qualcuno che sente l'esigenza di fare una riflessione.
La seconda è che è impossibile procrastinare ancora.
Nev
4 commenti:
la mia ipotesi o riflessione o ipotesi di riflessione, quella del LecEz insomma, è che la situazione descritta in questo post possa essere applicata in qualsivoglia epoca, a qualunque latitudine, ovunque vi sia un gruppo di persone riunite in uno status di para-obbligatorietà.
mi limito a segnalare alcune leggi che regolano l'argomento:
Legge di Shanahan
La durata di una riunione aumenta col quadrato del numero dei presenti.
Seconda legge della comitato-dinamica
Meno ti diverti a far parte di un comitato, piu' ti sara' fatta pressione perche' ci entri.
Sesta legge di Parkinson
Il progresso della scienza varia inversamente al numero di riviste pubblicate.
Legge di Murphy sulla ricerca
Una ricerca abbastanza lunga tendera' a confermare ogni teoria.
L'esperienza conferma drammaticamente tutte e 4 le leggi, ma una menzione d'onore meritano la sesta legge di Parkinson e il sempre amato Murphy.
Basandoci sulle due sovramenzionate, vogliamo soffermarci un attimo a RIFLETTERE sui danni apportati al progresso da una ricerca di 4 anni, i cui estratti potranno essere prontamente pubblicati su, che so, almeno una decina di riviste?
Manifestandoti estremo gradimento per l'apportata consulenza,
Nev
Io personalmente ho sempre odiato il momento in cui senti pronunciare la frase "ci sarebbe poi questa parte....che noi non tratteremo" riguardo a quello che ti sembra il nocciolo della materia. Però devo dire che la gente che fa "le riflessioni" deve essere una prerogativa vostra...be proud ;)
@C.J.G: noi riflettiamo, riflettiamo, riflettiamo sempre. Ci stupiamo, ci meravigliamo e analizziamo. Inventiamo con gusto. Riteniamo opportuno un approfondimento, necessaria una monografia, essenziale un catalogo. E agiamo di conseguenza.
Prima decidiamo di scrivere, e poi su cosa scrivere.
Crediamo ancora nella tuttologia.
In sostanza siamo i primi detrattori di noi stessi..
Come non esserne orgogliosi?
Orgogliosamente,
Nev
Posta un commento