«Ma tu che cosa fai?».
Sollevo lo sguardo.
Volgo gli occhi intorno
A destra: lei.
A sinistra: nessuno.
Davanti: nessuno.
Dietro: nessuno.
Deduco così, con sagacia e prontezza, che la lei in questione si stia rivolgendo a me.
Con altrettanta prontezza e sagacia capisco che ciò che vuole sapere non è cosa sto facendo in questo momento (il che, per altro, sarebbero fatti miei), bensì cosa faccio nella mia vita (il che, per altro, sarebbero sempre fatti miei).
Con la stessa prontezza e sagacia intuisco infine che sarebbe meglio raccontarle una balla clamorosa. La speleologa (sempre quello). La segretaria. La cooperante.
Però non lo faccio.
Perché? Mah. Orgoglio per l'ambizioso ruolo ricoperto? Sincerità di fondo? Desiderio analitico nei confronti della multiforme specie umana? Stupidità totale?
Ognuna di queste potrebbe essere la risposta.
Fatto sta. Dico la verità.
Il dottorato.
In cosa?
Rispondo.
Urla «Che mito! Che figo! (o figa, o fighi, non capisco bene). Mi guarda strabuzzando gli occhi.
Quando si riprende dal terribile shock, poi, mi chiede
«E chi ti ha presentato?».
Cosa vorrà dire?, mi chiedo. Forse chi mi ha raccomandato.(perché naturalmente al dottorato in Italia si entra solo così). Oppure chi era la mia relatrice.
Propendo per la seconda per evitare di insultarla, ma non ci credo davvero.
Glielo dico.
Nuovo rischio svenimento. Nuove grida.
Che fortuna ad aver studiato con lei! Un mito! Che figa! (o figo, o fighi, continuo a non capire).
E non posso fare a meno, qui, di ricordare quel capo scout che mi trovai davanti in una sperduta città bosniaca, in un'estate caldissima, alle 7.30 della mattina, il quale, scoprendo la nostra affinità elettiva (di Bosnia e di studi) si sentì in dovere di discorrere mezz'ora sulla sua fondamentale tesi di laurea, sulla sua altrettanto essenziale tesi di dottorato e, soprattutto, sulla fortuna facciata che avevo ad essermi laureata con quella professoressa.
30 minuti.
Poi se ne andò per via della messa (santa davvero, in questo caso).
Vabbé.
Tento di glissare.
Niente.
Vuole dirmi a tutti costi che anche lei vuole fare il dottorato. Uno a caso mi sembra di capire. Quale non è importante.
Per un attimo penso di consigliarle Favalandia.
Ma lei prosegue.
«Però - mi dice - io sono una persona normale».
Oddio. Normale normale non mi sembri, vorrei dire.
Ma taccio.
Invece chiedo
«Scusa. In che senso?».
Non mi è del tutto chiaro.
Lei specifica.
«Eh. Io studio. Non sono mica un genio».
E così mi spalanca un mondo.
Lo strappo nel cielo di carta. Oreste diventa Amleto.
Vorrei chiederle dove vive, da che pianeta viene, dove pensa di essere.
Mi viene persino tenerezza. Vorrei abbracciarla, consolarla, spiegarle paternamente che la sua romantica idea di un dottorato fatto di geni è quanto di più lontano dalla realtà possa esistere.
Vorrei dirle che già lo studio, per il dottorato, è un'optional, figuriamoci l'intelligenza e che comunque, nella mia poca esperienza, la maggior parte di quelli che ho sentito definire geni sono al limite del ritardo, e qualche volta stanno dal limite negativo.
Vorrei darle l'indirizzo di questo blog, tanto per farle capire come la penso.
Vorrei sorridere e fare tutto questo con gentilezza, ma non ci riesco.
Riporto il viso sul mio portatile per puffi e rispondo
«Nemmeno io. Altrimenti non sarei qui».
Sarei all'estero, in vacanza, avrei un posto di lavoro super qualificato da qualche parte, super pagato da qualche altra, da tante altre parti, ma di sicuro non qui, incastrata nell'assurda e straziante agonia dell'Università italiana e della sua ultima simpatica novità: i contratti gratuiti di insegnamento.
Bene.
Chissà che almeno quello non lo propongano anche a me.
E' da vedere.
Ma tu Nicia, tranquilla.
Per te ce ne sarà uno di sicuro...
Nev.
1 commento:
Davvero, Nev, pensi che potrà esserci anche per me un essenziale contratto gratuito per l'insegnamento?
Oddìo, ti prego, non crearmi false illusioni, ché poi sennò ci resto male... Sigh sigh!
Non penso proprio di meritarlo... Al massimo posso ambire ad un semplice titolo di "rotta in culo della materia". Non oso aspirare addirittura ad un contratto!
Ti ringrazio per l'augurio. E beh, dovesse succedere, accetterò senz'altro, assumendo così il titolo supremo (il più alto, al quale sono molto molto vicina) di "presa per il culo dalla materia"!
Gratuitamente salutandovi,
Lassie
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